sabato, 11 luglio 2009
LASTAMPA.it - Home11/7/2009 (8:41)
"Dr. House" una fiction fatta da Dio
Hugh Laurie, alias Dr. House
GIACOMO GALEAZZI
In fondo è buono». Contro l’aborto e l’eutanasia, la Chiesa arruola «il cinico e cattivo Dr. House». Nello stesso giorno in cui condanna le «cifre folli del calcio-business», l’Osservatore romano benedice la «strana morale di una delle serie più seguite». In una tivù da cui «filtrano pochissimi segnali fuori dal coro del politically correct che propaganda solitudine e disimpegno», il popolarissimo House comunica messaggi cristiani meglio delle fiction su Papi e santi perché «non è mai scontato ma propone sempre un itinerario eticamente buono».

Il giornale del Papa individua nell’anti-eroe in camice bianco un inatteso ma prezioso alleato in quelle battaglie bioetiche «nelle quali non si chiama “bambino” chi non è ancora nato e si definisce accanimento terapeutico il tentativo di salvare una vita». Lode a House, quindi, che «ha voluto salvare un paziente, nonostante il suo testamento biologico». Un telefilm, insomma, che malgrado il suo «urlato ateismo» mostra verità «scomode» ma suffragate dalla pratica clinica e dalla letteratura scientifica. «La conoscenza dei casi smentisce che aborto ed eutanasia siano davvero scelte libere, bensì nascono da costrizioni esterne e mutano in presenza di una valida alternativa umana, economica e sociale», evidenzia il quotidiano della Santa Sede. Insomma l’antipatico House diventa paladino dei valori autentici in grado di smascherare i «nuovi diritti civili che, in nome dell’autodeterminazione, negano a bambini, anziani e disabili di essere persone».

Conoscendo meglio «il personaggio di una favola televisiva», l’Osservatore scopre che «nelle storie che di House vengono raccontate emerge e ci stupisce potentemente il modo positivo di guardare la realtà». E, guarda caso, «è lo stesso che sta alla base del messaggio cristiano e che la società d’oggi vuole nascondere». Un’investitura pontificia motivata con «l’uso potente e non censorio della ragione e la potenza del contatto umano».

E se per la verità sul piccolo schermo il cinico House rifugge da ogni «gentilezza» verso i pazienti, l’Osservatore scorge «la sua potenza terapeutica proprio quando il protagonista vorrebbe rifiutare il contatto umano ma, dentro di sé, esplode qualcosa che glielo impedisce». E che il «Vangelo secondo House» nasca da un modello «cattivo» in fondo piace alla voce del Papa perché «serve a dare meno spazio al sentimentalismo e più fiducia al nostro essere fallaci (ma redimibili) esseri umani».
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martedì, 23 giugno 2009
Radio FormigoniDr.House, rimane uno dei telefilm più amati nel mondo. Merito di un impianto narrativo non scontato e mai banale, che tocca argomenti non usuali nella fiction seriale. Vi proponiamo la sintesi di uno degli ultimi episodi, in prima visione in Italia, commentato dal prof. Carlo Bellieni, neonatologo, docente all'Universita di Siena, grande appassionato della serie e co-autore del libro "Dr.House.Follia e fascino di un cult movie" edito da Cantagalli

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sabato, 16 maggio 2009

“Dr. House”, parabola del perdono e della ricerca di Dio

ROMA, mercoledì, 18 marzo 2009 (ZENIT.org).- Giovedì prossimo uscirà in libreria il nuovo volume di Carlo Bellieni e Andrea Bechi, dal titolo “House MD: follia e fascino di un cult movie” (Cantagalli Editore).

Il libro prende spunto dalla famosa serie televisiva ambientata in un ospedale statunitense e che ha come protagonista il dr. House. Un telefilm “diabolico” che svela però la sua faccia “buona”. Se poi il telefilm è un boom di ascolti e un cult tra i ragazzi, di solito bersagliati da messaggi “infausti”, la notizia è clamorosa. (...) 

Per leggere bene il telefilm “Dr. House”, si spiega nel libro, bisogna però vincere un pregiudizio, un lavoro personale che è una sorta di ascesi: quello per il quale il cristianesimo è una cosa “per persone buone”.

Nulla di più sbagliato: il cristianesimo è un affare di peccatori, di gente arrovellata e incostante… proprio come House. Ma il cristiano (proprio come House) pur peccando sempre, ne sente la tristezza e cerca perdono. (...leggi tutto)

 

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martedì, 27 novembre 2007

VIVA IL DOTTOR HOUSE

I fatti della clinica degli orrori di Milano fanno rivalutare il cinismo buono del famoso medico del serial TV.

di Carlo Bellieni

“Viva il dottor House!”, viene da dire, al leggere certi fatti di cronaca sanitaria. Viva il dr House col suo falso distacco, con la sua scorza cinica attraverso cui irrompe a momenti la provocazione umanissima di una manina di un feto, di una bambina morente, di un supposto miracolo. Il dr House è (paradossalmente) l’apoteosi della vera etica medica, che non consiste nel sentimentalismo, ma nel rispondere alla provocazione della malattia e del malato.

Quest’etica si è persa per strada tra gli ospedali ridotti ad “Aziende”, i malati ridotti ad “utenza”, le malattie ridotte a fenomeni classificati in un freddo “disease related group” (il cosiddetto “DRG” che classifica tutte le malattie in 500 gruppi da cui evincere il rimborso dovuto all’ospedale per la prestazione). Quest’etica si è persa da quando si è perso lo stupore per il corpo umano, per la sua trascendenza, per la sua bellezza. E da quando si è creduto che una cosa vale solo se è misurabile: le malattie in termini di DRG, la qualità della vita o il dolore con scale apposite. Già: il dolore (secondo la definizione dell’agenzia internazionale di studi sul dolore IASP) è diventato una cosa che esiste solo per chi può reclamarne –misurandolo- la cessazione; la salute (secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale per la Salute) è diventata un utopico “completo benessere psicofisico-sociale” di cui si pretende di dettare le caratteristiche; insomma, non sappiamo far altro che sminuzzarli, pensando che sminuzzandoli li possiamo capire; invece li abbiamo trasformati in termini spaventosi, quasi innominabili, utili non per capire l’uomo, ma solo per creare statistiche.

E i dottori sono infelici, come titolava il 17 giugno il New York Times (“Amo essere un dottore; non amo esercitare la medicina”), perché hanno alti rischi e scarsi compensi, ma soprattutto perché erano partiti con un’idea di cosa volesse dire “curare” e ora si trovano a fare i burocrati, attenendosi ad un mansionario e non alla richiesta dell’uomo che hanno di fronte.

Il dr House è cinico, e la genialità di chi lo ha ideato sta proprio in questo: mostrare i turbamenti di una mente che ha deciso di non turbarsi: e da questi turbamenti involontari ma profondi arrivare a conoscere il malato e trarre geniali diagnosi.

Ma se si afferma che il turbamento (lo stupore) non deve esistere…  Chi non ricorda la maschera del dr Guido Terzilli, interpretato da Alberto Sordi? Quel medico davvero cinico (altro che House!) perché afflitto da un cinismo non nato dalla sofferenza ma dall’orgoglio, cioè da quel muro che la mens relativista costruisce attorno a ciascuno di noi, immergendoci in un mare di paura esistenziale da cui vediamo una sola uscita: inventarci uno scopo della vita che possiamo scegliere solo tra tre opzioni: soldi, sesso e potere. Già, i soldi: uno dei nuovi mostri della medicina moderna è il cosiddetto “disease mongering”, ovvero il “mercanteggiamento di malattie”: malattie inesistenti (o sintomi spacciati per malattie) inventate per creare ansia nella popolazione e… vendere farmaci. Di questo è piena la letteratura scientifica, che lo denuncia fortemente. Così come denuncia la “medicina difensivistica”, cioè quel moltiplicarsi di ricoveri ed esami clinici al solo scopo di “pararsi dai guai giudiziari”, in un “accanimento diagnostico”, figlio anch’esso della paura, molto più pervasivo del cosiddetto “accanimento terapeutico”.

Insomma: sparito lo stupore dall’orizzonte, non c’è da stupirci delle degenerazioni per cui si arrivi a tutto per guadagnare: sarebbe ipocrita, miope, bambinesco.

Il medico deve scegliere tra un’etica della paura (che porta a esami inutili, a una burocratizzazione della medicina, una deriva economicista) e un’etica dello stupore, che apre davanti all’intero universo di chi abbiamo di fronte. D’altronde, la parola salute (“health”) in inglese viene dal termine “whole”, cioè “integrale”. E se andiamo bene a vedere, la salute altro non è che la possibilità che si realizzino i desideri propri di ognuno, commensurati al suo stato e alla sua condizione: i desideri di un feto saranno diversi da quelli di un vecchio o da quelli di un adulto, ma è proprio la loro realizzazione ciò che possiamo chiamare “salute”, capendo paradossalmente che il contrario di “salute”non è necessariamente “malattia” (esistono disabili che sono dei grandi sportivi o celebri cantanti e sfido chiunque a dire che non godano di più salute di un triste studente “sano”, ma bocciato ad un esame), ma “disperazione”, o meglio, assenza di speranza e di desideri.

Questo deve essere chiaro per una rinascita culturale del medico, che incontra un uomo, non un caso clinico; che cura “Luigi”, non “il diabetico” o “il Down”.

Questo è chiaro a Gregory House; e se lo è per lui…

postato da: carlobellieni alle ore 19:34 | Permalink | commenti (2)
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venerdì, 16 novembre 2007

Dr House BellieniDr House: Umano, troppo Umano. Follia, passione, "morale" del dr House.

Incontro pubblico a Siena, il 12 dicembre sul telefilm House MD: un viaggio guidato nei meandri del telefilm-cult che appassiona tutti.

ingresso Gratuito

postato da: carlobellieni alle ore 20:36 | Permalink | commenti
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sabato, 03 novembre 2007
Intervista radiofonica sul dr House
postato da: carlobellieni alle ore 18:38 | Permalink | commenti
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martedì, 16 ottobre 2007

Homefetal position clip

Puntata del mercoledì su canale 5: sconvolgente! Cosa c'è di più geniale che affrontare il tema del'aborto in questo modo non moralista? Va visto e rivisto e sul sito di canale 5 si può rivedere online: http://rivideo.mediaset.it/House_st3.html 

"a new life means much more than you've ever thought...House "
postato da: carlobellieni alle ore 06:47 | Permalink | commenti (3)
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mercoledì, 26 settembre 2007

Puntata del 27 settembre

Sì, è vero, House spinge ad abortire... ma in realtà tutta la puntata è una scusa per parlare dell'aborto, della vita umana che spegne, del fatto che la nascita è solo una formalità per definire se uccidere o meno.

E mostra un fatto: le scelte dipendono da chi si trova "nella nostra stanza". Se una incontra uno stuprato come House... che volete che faccia???

Questo è chiaro dalle parole della canzone della clonna sonora, che dice di solitudine, di una stanza grigia, e del fatto che io sto cercando che tu sia la mia porta per uscire mentre io divento per te la porta per uscire. E chiede di pregare per lui.

Grey Room Lyrics
Artist(Band):Damien Rice

 

Well I've been here before
Sat on the floor in a grey grey room
Where I stay in all day
I don't eat, but I play with this grey grey food

Desole, if someone is prayin' then I might break out,
Desole, even if I scream I can't scream that loud

I'm all alone again
Crawling back home again
Stuck by the phone again

Well I've been here before
Sat on a floor in a grey grey mood
Where I stay up all night
And all that I write is a grey grey tune

So pray for me child, just for a while
That I might break out yeah
Pray for me child
Even a smile would do for now

'Cause I'm all alone again
Crawling back home again
Stuck by the phone again

Have I still got you to be my open door
Have I still got you to be my sandy shore
Have I still got you to cross my bridge in this storm
Have I still got you to keep me warm

If I squeeze my grape and I drink my wine
Coz if I squeeze my grape and I drink my wine
Oh coz nothing is lost, it's just frozen in frost,
And it's opening time, there's no-one in line

But I've still got me to be your open door,
I've still got me to be your sandy shore
I've still got me to cross your bridge in this storm
And I've still got me to keep you warm

Warmer than warm, yeah
Warmer than warm, yeah
Warmer than warm, yeah
Warmer than warm, yeah

 

postato da: carlobellieni alle ore 21:16 | Permalink | commenti (1)
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martedì, 18 settembre 2007

IL FOGLIO[.it]18 settembre 2007

 

Non è uno stinco di santo ma piace ai cattolici

La trasgressione di dr House, medico che in tv non dice cose da tv

 

Di Carlo Bellieni

 

 

“Essere diversi abitua all’idiozia della gente… ma è comunque meglio che essere idioti!” Così si esprime nell’ultima puntata  di “House M.D.” trasmessa in Italia una signora affetta da nanismo che il dr House sta provocando in malo modo. E’ una risposta apparentemente innocua, ma invece è un fulmine nel nostro pensiero borghese: un disabile che rivendica l’orgoglio della propria vita “diversa”… in un’epoca in cui sembra che i “diversi” –scampati alla selezione prenatale- debbano scusarsi di essere al mondo: forse non lo capiamo subito, ma al fondo sentirlo ci colpisce e fa pensare.

Non capita mai, ammettiamolo, di sentire giudizi del genere e tantomeno in TV, ma la serie “dr House” ci riesce. Come, quando, in una puntata di fronte alla possibilità di amputare un arto ad una bambina, si sente la solita domanda: “Ma che qualità di vita avrà?”, domanda cruciale, dato che oggi si decide la qualità della vita dalle cose che si possono fare, e su questa base si spinge a decidere di interrompere le cure “per non accanirsi”. Fin qui nulla di strano se, alla domanda, una collaboratrice di House non rispondesse: “La vita ha sempre delle qualità” (che non è sentimentalismo come ci vorrebbero far credere certi benpensanti, ma è quello che ci testimoniano gli atleti delle paralimpiadi o tanti disabili).

Ecco: quello che colpisce milioni di persone incollandole alla TV a guardare la storia di un medico zoppo, acido, scostante è questa inusitata trasgressione delle regole del relativismo etico. Un tempo per essere trasgressivi si doveva parlare contro la disciplina, contro la patria… oggi si deve parlare contro il sesso incestuoso, contro la droga, contro l’eugenismo che sono ormai pane quotidiano: e House lo fa. House rianima il jazzista paralizzato, nonostante ci sia un “testamento biologico” che impone di “lasciarlo morire”; sta a fianco di una mamma che sceglie di morire pur di non abortire.

House salva un bambino autistico da un’infezione: è un altro “diverso”, la cui vita è una sfida alla morale corrente, e infatti dice all’amico Wilson: “di solito a questo punto la gioia è 10, mentre qui è solo 6”… e di norma finirebbe qui. Ma la sceneggiatura ha un guizzo e di colpo il bambino si stacca dai genitori, si avvicina ad House e lo fissa negli occhi (i bambini autistici raramente fissano lo sguardo altrui e lui non l’aveva mai fatto) e regala a House la sua Play Station… i genitori corrono da lui e in lacrime l’abbracciano piangendo dalla commozione; House conclude “Ecco, questo è un 10 pieno!”.

Certo, non vogliamo santificare House: a tratti flirta con l’eutanasia o con l’aborto, e in questo non lo seguiamo di certo. Ma sarebbe così stupefacente sentirlo rivolgersi contro la fecondazione eterologa (svelerà l’identità del donatore di sperma per dissuadere la collega dal farla) o contro il sesso violento, se fosse già un sant’uomo? Se fosse un santo non colpirebbe lo spettatore quando si fa interrogare dalla manina del feto che sbuca dall’utero aperto, e gli abbraccia il dito della mano… e lo lascerà incantato ore e ore a riguardare quel dito e domandarsi il mistero di una vita nascosta ma presente. 

Non tutto è bene in House: sbaglia, si droga, ma ci colpisce la sua capacità d’immedesimarsi nel paziente, attraverso il proprio dolore fisico e psichico. In un mondo medico in cui sembrano vincere i dettami del relativismo etico, che si riducono ad uno, cioè “lasciare il paziente nella solitudine a decidere”, House va dolorosamente controcorrente. Va dalla manager depressa dicendole disperato che avrebbe mentito per farle avere un trapianto di cuore, ma prima vuole ridestare in lei l’attaccamento alla vita (“Ma tu vuoi vivere? Devi dirmelo! Perché io… non lo so!”) per sentirlo ridestare in sé. Non è il medico-fornitore-di-un-servizio, che lascia solo il paziente di fronte ad una diagnosi, “libero” se scegliere nella solitudine se vivere o morire (ma chi è libero quando è solo?). “Non esiste una morte dignitosa –grida al paziente che vorrebbe smettere le cure e lasciarsi andare- la morte è sempre orrenda”. E’ paternalismo? Forse, ma sinceramente nell’epoca degli ospedali-aziende non fa male.

E mentre suda con lo sguardo perso dopo aver assunto il Vicodin, risuonano in sottofondo le parole della canzone “Desire” di Ryan Adams: Vago senza direzione e motivo./ Cos’è questo fuoco che mi brucia lento?/ Oh desiderio!/ Non me lo mostri, ma è Dio che prego/ affinché tu mi trovi, mi veda, tu corra/ e non ti stanchi mai. /Oh desiderio!”. Ecco perché può scherzare sopra le righe con la signora alta 120 cm: perché dal fondo del suo dolore sa che questa paziente è proprio come gli altri… mentre noi distinguiamo, “tolleriamo il diverso”, e isoliamo più con le nostre parole che House con la sua finta assenza.

House non è un medico da imitare, ma è un pugno al conformismo: guardarlo è imparare che oggi la parola trasgredire non ha cambiato forza, ma ha cambiato bersaglio, dirigendosi contro il nuovo potere: il relativismo etico.

postato da: carlobellieni alle ore 14:06 | Permalink | commenti (1)
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domenica, 16 settembre 2007

Dr. House. Esiste un rapporto tra televisione e bioetica?

ROMA, 9 settembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per la rubrica di Bioetica l’intervento, in risposta alla domanda di un lettore, di Carlo Valerio Bellieni, Dirigente del Dipartimento Terapia Intensiva Neonatale del Policlinico Universitario "Le Scotte" di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.
Leggo sempre con attenzione la rubrica di Bioetica di ZENIT. Vorrei porvi alcune domande in merito al rapporto tra la bioetica e i mezzi di comunicazione di massa. Può esserci un rapporto tra TV e bioetica? Si può discutere criticamente dei santuari dell’etica alla moda (eutanasia, droga…) in uno spettacolo televisivo? Cosa pensate della serie “House, Medical Division”, trasmessa da tre anni dalla Fox?


Sì, può esserci un rapporto tra Tv e Bioetica, ed è il caso della serie “House, Medical Division”. E’ una serie che mostra qualcosa interessante: uscendo fuori dal coro, non si lascia prendere dall’osanna verso le tre ben note cuspidi del relativismo etico in medicina: l’autonomia del paziente come ultimo tribunale, il medico come “fornitore di un servizio” e la perdita di capacità di dare giudizi morali sui comportamenti in medicina. Strano, sicuramente, ma è ancora più strano (e coinvolgente) che le azioni e i giudizi non “politically correct” (pur con qualche eccezione) vengano da un personaggio in costante lotta col mondo. Ma proprio qui, nel disegnare la trasformazione del protagonista, i suoi dubbi e i suoi limiti sta la forza della serie.

Il telefilm in apparenza è un’apologia del distacco e dell’assenza: narra di un medico (Gregory House) misantropo e scontroso che non vuol avere contatti coi pazienti. Questo distacco (dovuto alla sofferenza esistenziale e fisica) però è solo apparente: pur rimanendo burbero e asociale, ogni volta insistentemente cerca di fare i conti con il fondo della persona che si trova a curare. Parte dalla propria sofferenza per riconoscere quella degli altri e talvolta è proprio questa immedesimazione che gli fa vedere cose che agli altri sfuggono. Parla in modo brusco con i pazienti per convincerli ad accettare una cura, non per assecondarli: sa infatti che esiste un buon comportamento medico ed uno sbagliato e vuole che i suoi pazienti scelgano il comportamento buono. Ma anche perché nella risposta del paziente cerca con la massima evidenza di trovare una risposta per sé. E’ paternalismo? Forse, ma è di gran lunga migliore di chi lascia il paziente di fronte ad una diagnosi fatta di parole e cifre, solo, “libero” di scegliere se morire o vivere. Insomma: spesso le parole, e certe parole dolci e pietose molto di moda, sembra dirci con un paradosso l’autore del telefilm, servono (quelle sì!) a mascherare la distanza tra le persone.

Tutto questo viene ottimamente sottolineato dalla colonna sonora, ricca di musiche a tema religioso o che mostrano l’insoddisfazione di una vita senza senso (per esempio la bellissima “Desire” di Ryan Adams o “Hallelujah” di Jeff Buckley).

Notiamo due punti chiari in chi ha creato il telefilm: primo, che il medico non è il “fornitore di un servizio” cui ogni richiesta è equivalente, ma sa riconoscere una buona risposta da una cattiva risposta e sa trovare la forza di non fornire la seconda: House intuba il jazzista nonostante tutti abbiano paura di trasgredire il suo “testamento biologico”; e anche la sua collega “Cuddy” non è da meno: alla richiesta di un’iniezione di morfina, in realtà gli inietta un placebo. Secondo, che il rapporto tra medico e paziente non è mai a senso unico: non c’è solo chi dà (il medico) e chi riceve (il malato), ma il medico o si trova nella posizione di imparare dal malato la sua forza e il suo impegno, il suo modo di comunicare e i suoi segnali nascosti… o dà un trattamento mozzo, al limite dell’inefficace. House cura il bambino autistico riuscendo (lui solo) ad entrare in contatto con lui; non solo ma alla fine, quando sembra accodarsi al pensiero che forse curare un bambino dalla difficilissima gestione è una specie di accanimento terapeutico, il bambino lo avvicina, lo fissa negli occhi e gli regala il suo giocattolo... stupendo tutti (un bambino autistico raramente fissa lo sguardo altrui e intrattiene rapporti) e riempiendo di gioia, pur nella certezza della difficoltà estrema, i suoi genitori; ma anche fornendo a House spunto per una riflessione su di sé. Ma House va anche dalla manager depressa che aspetta di esser messa in lista per il trapianto di cuore e le domanda urlando “Ma vuoi vivere? Dimmelo, perché anch’io non lo so!” e non lo fa perché questa stenda un “testamento biologico”, ma per risvegliare in lei (e in sé!) l’amore alla vita.

Certo, House non è un santo e talvolta sbaglia le scelte morali. Ma se si trattasse di un santo, sarebbe così stupefacente sentirlo scagliarsi, come di fatto accade, contro la droga o il sesso incestuoso o la fecondazione eterologa? Sarebbe così “forte” sentirlo porsi delle domande sull’umanità di un feto? E qui bisogna distinguere il personaggio dal creatore che usa il primo con i suoi limiti e sbagli. In alcuni momenti poi, gli spunti positivi vengono da altri personaggi della serie, come quando di fronte al cinismo di House, l’assistente domanda “ma bisogna essere religiosi per capire che un feto è vita?”, o la collega, cui domandano a proposito di una bambina che perderà un braccio “che qualità di vita avrà”, risponde “la vita ha sempre delle qualità”.

House sa stupirsi: sbaglia, digrigna i denti, ma sa riconoscere l’umano quando lo incontra. Questo è un punto importante, spesso dimenticato nell’attività medica: lo stupore verso l’umanità misteriosa del paziente. House si lascia abbracciare dalla bambina con tumore cui ha prolungato la vita di un anno, e colpito dalla forza morale della piccola arriva a cambiare il suo stile di vita; così come si stupisce della manina del feto che esce dall’utero materno durante un’operazione chirurgica e sfiora la sua, lasciandolo tutta la giornata a riguardare il proprio dito e domandarsi chi è quella vita che nessuno considera come umana (forse neanche lui), ma che lo ha accarezzato. Il suo stupore è alla base della sua abilità curativa.

House sembra non esserci mai per i pazienti … non è un medico buono, è colmo di dolore; ma è ricco di una domanda di significato, che non lo lascia disperare. Per questo colpisce, in un’era in cui sembra che nulla se non il proprio capriccio abbia valore, in particolare in medicina.
postato da: carlobellieni alle ore 17:01 | Permalink | commenti
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