VIVA IL DOTTOR HOUSE
I fatti della clinica degli orrori di Milano fanno rivalutare il cinismo buono del famoso medico del serial TV.
di Carlo Bellieni
“Viva il dottor House!”, viene da dire, al leggere certi fatti di cronaca sanitaria. Viva il dr House col suo falso distacco, con la sua scorza cinica attraverso cui irrompe a momenti la provocazione umanissima di una manina di un feto, di una bambina morente, di un supposto miracolo. Il dr House è (paradossalmente) l’apoteosi della vera etica medica, che non consiste nel sentimentalismo, ma nel rispondere alla provocazione della malattia e del malato. 
Quest’etica si è persa per strada tra gli ospedali ridotti ad “Aziende”, i malati ridotti ad “utenza”, le malattie ridotte a fenomeni classificati in un freddo “disease related group” (il cosiddetto “DRG” che classifica tutte le malattie in 500 gruppi da cui evincere il rimborso dovuto all’ospedale per la prestazione). Quest’etica si è persa da quando si è perso lo stupore per il corpo umano, per la sua trascendenza, per la sua bellezza. E da quando si è creduto che una cosa vale solo se è misurabile: le malattie in termini di DRG, la qualità della vita o il dolore con scale apposite. Già: il dolore (secondo la definizione dell’agenzia internazionale di studi sul dolore IASP) è diventato una cosa che esiste solo per chi può reclamarne –misurandolo- la cessazione; la salute (secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale per la Salute) è diventata un utopico “completo benessere psicofisico-sociale” di cui si pretende di dettare le caratteristiche; insomma, non sappiamo far altro che sminuzzarli, pensando che sminuzzandoli li possiamo capire; invece li abbiamo trasformati in termini spaventosi, quasi innominabili, utili non per capire l’uomo, ma solo per creare statistiche.
E i dottori sono infelici, come titolava il 17 giugno il New York Times (“Amo essere un dottore; non amo esercitare la medicina”), perché hanno alti rischi e scarsi compensi, ma soprattutto perché erano partiti con un’idea di cosa volesse dire “curare” e ora si trovano a fare i burocrati, attenendosi ad un mansionario e non alla richiesta dell’uomo che hanno di fronte.
Il dr House è cinico, e la genialità di chi lo ha ideato sta proprio in questo: mostrare i turbamenti di una mente che ha deciso di non turbarsi: e da questi turbamenti involontari ma profondi arrivare a conoscere il malato e trarre geniali diagnosi.
Ma se si afferma che il turbamento (lo stupore) non deve esistere… Chi non ricorda la maschera del dr Guido Terzilli, interpretato da Alberto Sordi? Quel medico davvero cinico (altro che House!) perché afflitto da un cinismo non nato dalla sofferenza ma dall’orgoglio, cioè da quel muro che la mens relativista costruisce attorno a ciascuno di noi, immergendoci in un mare di paura esistenziale da cui vediamo una sola uscita: inventarci uno scopo della vita che possiamo scegliere solo tra tre opzioni: soldi, sesso e potere. Già, i soldi: uno dei nuovi mostri della medicina moderna è il cosiddetto “disease mongering”, ovvero il “mercanteggiamento di malattie”: malattie inesistenti (o sintomi spacciati per malattie) inventate per creare ansia nella popolazione e… vendere farmaci. Di questo è piena la letteratura scientifica, che lo denuncia fortemente. Così come denuncia la “medicina difensivistica”, cioè quel moltiplicarsi di ricoveri ed esami clinici al solo scopo di “pararsi dai guai giudiziari”, in un “accanimento diagnostico”, figlio anch’esso della paura, molto più pervasivo del cosiddetto “accanimento terapeutico”.
Insomma: sparito lo stupore dall’orizzonte, non c’è da stupirci delle degenerazioni per cui si arrivi a tutto per guadagnare: sarebbe ipocrita, miope, bambinesco.
Il medico deve scegliere tra un’etica della paura (che porta a esami inutili, a una burocratizzazione della medicina, una deriva economicista) e un’etica dello stupore, che apre davanti all’intero universo di chi abbiamo di fronte. D’altronde, la parola salute (“health”) in inglese viene dal termine “whole”, cioè “integrale”. E se andiamo bene a vedere, la salute altro non è che la possibilità che si realizzino i desideri propri di ognuno, commensurati al suo stato e alla sua condizione: i desideri di un feto saranno diversi da quelli di un vecchio o da quelli di un adulto, ma è proprio la loro realizzazione ciò che possiamo chiamare “salute”, capendo paradossalmente che il contrario di “salute”non è necessariamente “malattia” (esistono disabili che sono dei grandi sportivi o celebri cantanti e sfido chiunque a dire che non godano di più salute di un triste studente “sano”, ma bocciato ad un esame), ma “disperazione”, o meglio, assenza di speranza e di desideri.
Questo deve essere chiaro per una rinascita culturale del medico, che incontra un uomo, non un caso clinico; che cura “Luigi”, non “il diabetico” o “il Down”.
Questo è chiaro a Gregory House; e se lo è per lui…